Grazie ad Allevi, tutti in serie B. Che cosa sono oggi i Radicali?

Al direttore - Ho sentito l’inno di Giovanni Allevi che risuonerà prima del fischio di inizio delle partite di serie A. Un buon motivo per guardare quelle di serie B.
Gino Roca
Gino Roca
Al direttore - Il processo di pacificazione e di armonizzazione dell’Europa dal Dopoguerra in poi è stato in qualche modo esemplare, era difficile non essere “europei”. Tutto è cambiato con l’introduzione della moneta unica. Perché? L’euro è stata la cartina al tornasole; ma mentre da una parte chiariva lo scenario, dall’altra fomentava l’equivoco; poneva il problema in termini perentori che poi non venivano chiariti. L’Europa o diventava una super nazione, e allora l’euro era la sua moneta, oppure le cose restavano come prima e l’euro sarebbe rimasto quello che è oggi: un artificio per tenere i cambi fissi. Questa è e rimane la realtà, ma la percezione è un’altra. L’impossibilità di una super nazione europea, inconfessata e mai chiarita, ha dato origine a un discorso opaco e ingannevole in cui i protagonisti, l’Europa, entità giuridica inesistente, la Bce, che non è una vera e propria Banca centrale in assenza di una nazione e la moneta, che non era “comune” ma solo un artificio per tenere i cambi fissi, recitavano insieme uno spettacolo virtuale i cui protagonisti sembravano “veri”, ma in realtà non lo erano. In questa paradossale commedia recitata da “replicanti”, tutti avevano ragione di deprecare tutto poiché nella realtà il peccato originale era stato rimosso. Destra e sinistra, vittime e carnefici, si scambiavano continuamente i ruoli in uno spettacolo confuso e disarmante. Gli elementi in ballo erano l’idea di moneta e quella di nazione. Da quando non è più aurea la moneta è uno strumento “immateriale”. Dietro la sua seduzione la moneta comune nasconde un’esigenza tanto spietata, quanto ineludibile, la fiducia: la fiducia che i cittadini nutrono verso la nazione che la emette. L’appartenenza a nazioni diverse con livelli di credibilità differenti mischiava le carte; è questa l’anomalia dell’euro, il suo male oscuro. Una moneta condivisa tra nazioni diverse è possibile, ma soltanto se i loro comportamenti economici sono reciprocamente compatibili secondo criteri che furono descritti tempo fa da Mundell, che per questo ottenne il premio Nobel. Non era difficile capire che se la Grecia voleva condividere una moneta con la Germania, lo faceva a suo rischio e pericolo. Coloro che a suo tempo introdussero la moneta comune, pur consapevoli che senza un sovrano non avrebbe funzionato, si accollarono la responsabilità di un “rischio non calcolato” introducendo la moneta con l’idea che l’unificazione politica sarebbe seguita in corso d’opera. Questo è l’inganno all’origine della moneta unica e causa dei suoi guai. Il “rischio non calcolato” era che l’adesione volontaria alla moneta unica era secondo i fondatori una scelta senza uscita. Questo, che ancora oggi resta il dogma dominante a cui non crede più nessuno, rimane sepolto sotto un silenzio tombale perché nessuno ha un’idea di come fare per uscirne. L’Europa rischia di sfasciarsi nello sforzo di legittimare una moneta rivelatasi disfunzionale alla propria aggregazione continuando a sognare una super nazione europea semplicemente impossibile. La cosa auspicabile è che le nazioni europee tutte insieme prendano coscienza del rischio incombente. Strade che appaiono oggi impraticabili, potrebbero rivelarsi le uniche possibili. E’ il conflitto tra una distopia e il principio di realtà. Le odierne classi dirigenti, sfortunati eredi di un inganno originato dai venerati padri fondatori, pur consapevoli di un futuro impossibile tendono comprensibilmente a procrastinare tutto, sperando di farcela e lasciare così ai loro poveri eredi il terribile compito di togliere dalle ceneri la patata bollente. Nel frattempo dovremo moderare i toni di demonizzazione degli stati nazionali che nonostante tutto restano, come abbiamo visto in Grecia, l’ultimo baluardo di aggregazione dei popoli europei. L’Europa dovrà ineluttabilmente moderare le sue pretese di grande potenza, perché ci vorrà ancora molto tempo prima di riuscire a costruire la super nazione europea sulle ceneri di quelle esistenti.
Gianni Bulgari
Gianni Bulgari
Le rispondo sottoscrivendo quanto detto la scorsa settimana a questo giornale dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco: il problema dell’euro, e dell’Europa, è che una moneta senza stato non potrà essere ancora a lungo una moneta stabile. La moneta unica non è disfunzionale, ha prodotto in tutti i paesi benefici e malefici, a seconda del periodo storico, ma sostituire un sistema che non funziona bene, piuttosto che metterlo a punto, non è una buona idea. E se fosse stata una buona idea, quella di uscire dall’euro, per esempio, il compagno Tsipras l’avrebbe fatta sua al volo, essendo stato il primo leader europeo a essersi trovato nelle condizioni di poterlo fare davvero.
Al direttore - Lunedì scorso ho inviato tramite fax alla Prefettura casa pontificia, la richiesta di un’autorizzazione a esporre in piazza San Pietro durante l’Angelus un cartello in cui si chiede a Papa Francesco, senza mezzi termini, in ossequio oltretutto anche alla “determinazione” invocata da Benedetto XVI anni fa a Verona, di “scomunicare chi introduce altre forme di unione”. Ebbene, dopo quanto letto questa mattina sul Giornale a firma di Laura Cesaretti che per il “timore del dilagare di sentenze favorevoli alle unioni civili” a “volere in fretta la legge sulle unioni civili è proprio la chiesa cattolica, a cominciare dalla Cei”, credo che questa autorizzazione non giungerà mai.
Vittorio Colavitto
Vittorio Colavitto
Al direttore - Improvvisamente i radicali, che forse stanno vivendo il passaggio più drammatico della sopravvivenza del partito, irrompono di nuovo sulla scena mediatica del paese con una tecnica che ha più volte caratterizzato l’ultra cinquantennale leadership del movimento stesso: dapprima facendo un clamoroso outing sulle patologie che avevano colpito i due leader poi fortunatamente e miracolosamente guarite e, in questi ultimi giorni, con le loro furibonde liti da cortile. Personalmente vivo queste vicende non commendevoli come un incubo e, da stagionato tifoso del glorioso movimento per i diritti civili, cerco di rifugiarmi nella storia dei giganti del pensiero liberale del Dopoguerra, tra l’altro tutti vicini ai radicali, come i vari Pannunzio, Carandini e Ernesto Rossi. Altre storie altre vite!
Vincenzo Covelli
Vincenzo Covelli